In questi giorni un altro “scandalo” sta colpendo il calcio italiano che, come è anche giusto che sia, credo rappresenti l’immagine perfetta di un’Italia decadente. Anche in questi casi, infatti, è bene cercare di guardare oltre i semplici fatti, al fine di individuare il male reale, comune a tutti i mali che affliggono il nostro bel Paese.
La storia inizia qualche mese or sono quando l’Italia, per la terza volta consecutiva, ha visto sfumare il sogno di partecipare nuovamente a una Coppa del Mondo, a cui credevamo di dover partecipare per diritto di storia. È proprio all’indomani dell’eliminazione che nei palazzi ha iniziato a girare il nome di Malagò, il manager che, un po' con lo stile che ha caratterizzato la creazione dell’aura intorno a Mario Draghi, è stato dipinto come l’uomo della salvezza. Hanno anche creato suspense e attesa intorno alla sua salita in Federcalcio, ma per qualsiasi occhio attento era chiaro che, nel momento stesso in cui era stato fatto il suo nome, si sapeva già che sarebbe salito lui al comando del calcio italiano.
Giusto il tempo di dare un’ipocrita ripitturata di valori con protagonista Baldini — uomo di indubbie doti morali e meritevole in quanto capace di allenare e far crescere dei ragazzi — che subito è giunto il tempo di Malagò. Il quale con furbizia è andato a prendere l’Uomo, con la U maiuscola: Paolo Maldini, le cui doti prima calcistiche e poi umane sono riconosciute da chiunque. Questa mossa è stata corretta da parte di Malagò, ma c’è voluto molto meno di quanto pensassi perché la stessa scelta, giusta in principio, diventasse un boomerang nelle sue mani e in quelle di coloro che volevano far credere che il calcio italiano (che, muovendo la passione di tante persone, assume inevitabilmente un ruolo politico) non fosse marcio dalla testa ai piedi.
Quindi, cerchiamo di cogliere quello che è réellement successo, l’ipocrisia manifestata da quanto sta accadendo in questi giorni e la stupidità che contraddistingue le persone che assumono le decisioni.
Il cortocircuito Malagò-Maldini nasce nella prima scelta che questo team doveva andare ad assumere, ovvero la scelta del CT della Nazionale dopo che la guida ad interim di Baldini si è conclusa come non poteva non essere. Perché Baldini, sebbene non sia un genio della strategia extra-campo, è un Uomo vero come pochi ce ne sono nel nostro calcio: una persona che comprende la fortuna professionale che ha, laddove il suo lavoro e la sua passione coincidono. Questo status di essere già contento di quel che ha lo pone nella situazione, difficile per molte persone, di non dovere nulla a nessuno e pertanto di essere libero di poter dire quello che pensa senza dover favori. Qualche favore sicuro glielo avranno fatto, ma li ha ricevuti non per clientelismo, bensì per merito. Quindi, una persona con un minimo di intelligenza e libera è molto pericolosa in un sistema fintamente democratico; per tale ragione Baldini non poteva rimanere come CT della Nazionale italiana e serviva una persona più addomesticabile.
Per questo, tutti sapevano che la prima grande scelta che dovevano prendere i nuovi vertici della Federcalcio italiana sarebbe stata quella di trovare il commissario tecnico da cui ripartire. E qui inizia la commedia: i giornali parlano di Guardiola, il meglio del calcio mondiale legato all’Italia da grande affetto. Nessuno ci credeva davvero, ma questa notizia andava data per far credere che con Malagò al comando l’Italia puntasse solo sulla qualità — tra l'altro senza alcun merito da parte dei vertici, visto che le capacità del tecnico spagnolo sono universalmente conosciute. Per fare questo tentativo, si usano come zimbelli le figure di Maldini e Leonardo: la storia raccontata vedeva una leggenda vivente come Paolo Maldini, insieme ad un altro importantissimo personaggio come Leonardo, volare in un weekend in una bella località spagnola per convincere il tecnico a sposare la causa italiana. Tuttavia, com'era noto a tutti, Guardiola, oltre ad essere economicamente inaccessibile per le casse italiane, non avrebbe mai accettato in quanto desideroso di prendersi un anno sabbatico.
Allora si iniziava subito a vociferare di una soluzione ben più credibile e coraggiosa: affidare la panchina a un’altra leggenda del calcio italiano, anch'egli rispettato universalmente, ovvero Andrea Pirlo. Sicuramente tra Guardiola e Pirlo c’è un divario a livello di esperienza, ma anche quest’ultimo è un personaggio che, solo a citarlo nel mondo del calcio, incute rispetto. Lo fa perché è colui che vedeva quel che sarebbe accaduto con molto anticipo rispetto agli altri; lo fa perché è un Maestro del calcio.
Tuttavia, come solitamente accade in Italia, esce fuori la massima ipocrisia e, per una guerra che nessuno di noi vorrebbe combattere, Andrea Pirlo è diventato un "traditore della patria" (formale, non essendo in guerra) perché in una sua passata esperienza in Medio Oriente aveva contratto un rapporto di sponsorizzazione con una società di scommesse russa. Il dibattito dei polli si accende, l’indignazione della folla aumenta e così Pirlo — che avrebbe persino risolto il contratto pagando una penale pur di allenare l’Italia — viene estromesso per decisione della Federcalcio dai candidati alla panchina azzurra.
Da qui è evidente che Pirlo non fosse un’idea di Malagò, bensì di Paolo Maldini e Leonardo, che conoscono estremamente bene il calcio ed erano convinti potesse essere la scelta giusta per la Nazionale. Ma il duo dei veri competenti, ossia i due ex campioni del Milan, non è stato assecondato, ed anzi è stato ostacolato nella propria scelta. Da questo hanno compreso — soprattutto Paolo Maldini, uomo vero — che non avrebbero goduto di autonomia decisionale, ma che il potere dei palazzi avrebbe sempre influito. E così, a soli 16 giorni dal conferimento del loro incarico, i due si dimettono.
Il calcio, che diceva di volersi riformare, di cambiare per potersi risollevare e tornare ad essere un’eccellenza del nostro Paese, ha fatto prevalere ancora una volta il potere dei palazzi: quel potere che si sa che c’è, ma che si muove nel segreto e serve interessi del tutto incompatibili con lo sport. In questo senso, ha avuto ragione l’intuito degli occhi attenti che avevano capito subito due cose: primo, che Malagò sarebbe diventato il presidente della Federcalcio; secondo, che la sua nomina era nel segno della continuità di quel potere che da anni infesta il nostro Paese e, di conseguenza, il calcio che ne è l'immagine perfetta.
Malagò, infatti, è un uomo di poteri con meriti del tutto costruiti tramite i giornali e la mistificazione della realtà: è uno di quelli che fa parte della giravolta delle poltrone e ricopre una carica dopo l’altra. I suoi meriti vengono esaltati, mentre i suoi demeriti e gravi errori vengono sistematicamente insabbiati o scaricati sul capro espiatorio di turno.
Chi è, d’altronde, Giovanni Malagò? È l’incarnazione perfetta della politica di sistema italiana: cresciuto nei salotti della Roma bene e consacratosi nel tempio del potere relazionale del Circolo Canottieri Aniene, Malagò è un dirigente che ha costruito la sua carriera non sulla competenza tecnica o su riforme di sistema, ma sulla gestione spregiudicata delle relazioni e della propria immagine. Un vero e proprio brand manager del potere che, forte delle copertine e dell'aura mediatica costruita negli anni al CONI, è stato paracadutato in Federcalcio con lo stigma dell’ennesimo messia.
In questo quadro, la fantomatica pista che portava a Pep Guardiola non è mai stata un reale obiettivo strategico: è stata una cinica operazione di propaganda reputazionale. Serviva sui giornali per vendere al pubblico l’illusione che con Malagò al comando l’Italia puntasse solo all’eccellenza, costruendo a tavolino la figura del “salvatore della patria”. Una cortina di fumo per darsi un tono, prendersi la scena e usare l’incontestabile credibilità di icone come Paolo Maldini e Leonardo come scudi umani per accreditarsi.
Ma la prova regina di questo modo di gestire il potere si consuma nel momento del crollo. Quando il castello di carte crolla ad appena 16 giorni dall’insediamento di fronte allo strappo di Maldini, l’uomo dei miracoli sfodera il classico repertorio della casta: lo scaricabarile e la fuga.
Anziché metterci la faccia e rivendicare la responsabilità politica di un corto circuito istituzionale, Malagò sceglie di sfilarsi uscendo da una porta secondaria della sede FIGC per evitare la stampa, liquidando la vicenda con una battuta sibilante e velenosa («Brutta figura? Bisogna vedere chi l'ha fatta...»). È il marchio di fabbrica della politica italiana: prendersi i meriti e i riflettori quando la narrazione funziona, ed eclissarsi scaricando le colpe sugli altri non appena la realtà presenta il conto.
Ed è proprio qui che si compie la truffa più grande, quella che riporta al motivo da cui siamo partiti: la necessità imperativa di guardare oltre la superficie per capire da dove nasce e come si alimenta la decadenza di questo Paese.
Il dibattito rabbioso, i fiumi di parole che inondano i social e i giornali sul "caso del giorno", l'indignazione a comando della folla... non sono la cura e nemmeno una forma di resistenza a questo sistema: ne sono la benzina stessa.
È un teatrino perfetto, un cinico gioco delle parti. Chi sta nei palazzi del potere lancia l'esca — la suggestione da sogno come Guardiola o il falso caso etico con cui fare morale da quattro soldi come quello su Pirlo —, i media la romanzano sapientemente per trasformarla in uno sceneggiato a puntate, e l'opinione pubblica ci cade con tutte le scarpe. Ci dividiamo in fazioni, ci appassioniamo a finti scontri d'opinione, ci indigniamo e gridiamo allo scandalo, ma così facendo facciamo esattamente il loro gioco: manteniamo accesi i riflettori sulla recita, alimentiamo la giostra e convalidiamo le regole di un gioco truccato.
Finché continueremo a comportarci da spettatori creduloni, pronti ad abbeverarci a qualsiasi favola ben confezionata e a scannarci per le briciole di una polemica creata a tavolino, nulla cambierà mai. Perché la vera forza di questo potere non sta nella complessità delle sue menzogne, ma nella nostra inesauribile disponibilità a cascarci ogni volta. Smettere di alimentare questo teatrino e imparare a smontare la narrazione è il primo, vero passo per smettere di essere complici della nostra stessa decadenza.
